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FOUND MEMORIES: QUIET ENSEMBLE, “THE ENLIGHTENMENT”

Durante roBOt07 telecamere sempre accese, sempre in ricognizione, a vagare in lungo e in largo tra tunnel e padiglioni e corridoi e palazzi, in stanze vuote come in capannoni stipati all’inverosimile, a catturare segmenti che documentassero parte di ciò che è stato, che qui rivive negli occhi di chiunque voglia vedere. Si parte con “The Enlightenment”, di cui al di là dell’esperienza diretta non esistono parole per dirne.

Baudelaire (“Corrispondenze”, manco a dire), Luigi Russolo ma serio, un’inattaccabile impalcatura tecnica alle spalle a sorreggerne l’impianto teorico, John Cage su ruote, Sheets of easter degli Oneida applicato alla lettera: tutto questo e molto altro ancora è The Enlightenment, concerto per luci al neon che diventano orchestra di 96 elementi quando azionate dalle sapienti mani di Fabio Di Salvo e Bernardo Vercelli, teste e braccia dietro il progetto Quiet Ensemble, irracontabile utopia materializzatasi a Palazzo Re Enzo all’interno di roBOt07.

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REKAL: #GREATMEMORIES – ROBOT07 AIR PROJECT

Continua REKAL. E si spinge fino al passato più prossimo, per raccontare com’è andata e ripartire raccogliendo i frutti di ciò che è stato seminato. Come le polaroid e i tatuaggi di Leonard Shelby in “Memento”: istantanee per chi non c’era, per chi avrebbe voluto esserci, per chi alla prossima ci sarà.
Giro di boa: sei mesi fa era ancora roBOt, fra sei mesi sarà di nuovo roBOt. 

Fra le novità che hanno reso indimenticabile l’edizione #lostmemories, la prima residenza artistica internazionale dedicata alle arti Digitali e alla musica Elettronica promossa da roBOt festival – in sinergia curatoriale con LaRete Art Projects, con il sostegno del network UNESCO Città della Musica e della Fondazione del Monte – ha visto protagonista il colombiano Icaro Zorbar (CO), che ha portato a Bologna le sue installazioni assistite e ha realizzato per l’occasione un nuovo lavoro, nell’ambito di un workshop tenuto negli spazi del Dipartimento educativo del MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna. L’installazione dell’opera, insieme ad altri lavori di Zorbar, a cura di Claudia Löffelholz e Federica Patti, è stata “azionata” e presentata al pubblico, come un vero e proprio concerto per “macchine celibi”, nel foyer del museo il 30 settembre, con una performance dell’artista.

Icaro Zorbar
, colombiano residente in Norvegia, è un artista eclettico, colto e appassionato; soprattutto, è un giovane di cuore, sorridente e disponibile. Attraverso l’utilizzo del suono e il riassemblaggio di vecchi hardware analogici, le sue opere, colme di nostalgia, parlano di un tempo passato, rievocando ricordi comuni attraverso l’esperienza personale. Interessato all’idea di conoscere la comunità artistica bolognese e di approfondire la propria ricerca in ambito divulgativo, durante 15 giorni di permanenza ha coinvolto 4 giovani artisti locali – Caterina Barbieri, Barbara Baroncini, Irene Fenara e Pasquale Sorrentino – che hanno poi prodotto un’opera collettiva e performato con a lui, azionando le installazioni assistite elaborate durante il laboratorio.

La prima edizione del progetto di residenza, scambio e circuitazione internazionale fra le città della musica UNESCO Bologna e Bogotà ha coinvolto Icaro Zorbar in un workshop con 4 giovani artisti locali, che hanno poi performato insieme a lui durante roBOt 07, creando installazioni assistite azionate ed esposte nel foyer del MAMbo.

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UNA PER DEWEY DELL, IN PREPARAZIONE ALLA PROSSIMA

Un puntaspilli incastrato nel cervello; gesti che spalancano un mondo, un universo. Il velo di Maya nell’esatto istante in cui si squarcia. Da Cesena a Berlino (con scalo mentale a Yoknapatawpha assieme a William Faulkner e i ragazzi) si snoda la saga dei Dewey Dell, in assoluto il segmento più sfuggente, eccitante e imprendibile di roBOt Paths #3.

La ragione sociale è rivelatrice: Dewey Dell, come il personaggio in Mentre morivo di Faulkner che più di ogni altro brucia di vita in una selva di dannati. Un tornado che racchiude in sé un’alba di infinite possibilità, febbrile come il suo autore ai tempi della stesura del romanzo. Un biglietto da visita oneroso, per chiunque abbia familiarità col testo, una lacerazione fin dal primo contatto: madeleine proustiana intrisa di veleno e sottintesi importanti, da subito sganciati i carichi pesanti, ben chiari i termini del gioco fin dal giorno uno, già sai com’è qui. Problema: un riferimento tanto impegnativo occorre meritarlo, altrimenti chiunque racconti a sé stesso e agli altri di fare arte potrebbe anche pretendere di chiamarsi Meursault, o Josef K., o Tom Sawyer, e sfangarla senza che finisca a sfregi. Certo, ognuno ha il diritto di rendersi ridicolo come vuole e può, ma in linea generale non è così che va: la dignità è ancora una misura, il più delle volte.

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“SHEDDING SKIN”. LA COPERTINA, ALTRE STORIE, UNA COLONNA SONORA MENTALE

Spike Lee definisce “joint” i film in cui lascia andare a briglia sciolta la sua creatività (es.: il remake di OldBoy è “a Spike Lee film”; “Fa’ la cosa giusta” è “a Spike Lee joint”). Ghostpoet assomiglia a Spike Lee, non solo fisicamente; quando parte il flusso, chi lo ferma più. Un joint sulla copertina di “Shedding Skin”: rimandi, associazioni mentali, suggestioni a ruota libera, tutto scaturito e veicolato dal colpo d’occhio di una copertina tra le più conturbanti intercettate negli ultimi anni.

Alla lettera, “shedding skin” in inglese è un modo per definire la muta. Da wikipedia: La muta è un fenomeno biologico che consiste nel rinnovamento periodico delle piume negli uccelli, dei peli nei mammiferi, della pelle nei rettili e dell’intero esoscheletro negli artropodi. Un ciclo naturale, una scansione nell’ordine delle cose, perfino banale per chi si ferma a guardare il dito ignorando la luna. Con la copertina del “suo” Shedding Skin Ghostpoet sposta l’asse: il prosaico diventa arte, l’evoluzione una questione mentale prima ancora che biologica. Esistenza terrena e arte clinica si mescolano in un tutt’uno, traslando il concetto stesso di mutamento (fisico, psichico) in una rappresentazione grafica che fissa il punto in maniera perfino brutale, mentre il flusso di parole del poeta ectoplasma si fa carne.

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REKAL: roBOt Paths #2 – Andy Stott

REKAL parla di cose già successe. Uno sfasamento temporale: ancora presto perché siano storia vecchia, non abbastanza da rientrare nella stretta attualità. Ricordiamo per voi, come nel racconto di Philip Dick (nome che ricorrerà spesso qui, mente in fiamme che ha visto troppo, troppo in fretta, per non bruciarsi prima del tempo – quale che sia, il tempo). Istantanee per chi non c’era, per chi avrebbe voluto esserci, per chi alla prossima ci sarà. Si parte con Andy Stott a meno di un mese dopo.

roBOt Paths#2 riprende il discorso da dove l’aveva lasciato (novembre 2014, TPO, Ben Frost): stessa location, stesse vibrazioni. La stagione agevola (clima, ore di luce), ancora non per molto: sono gli ultimi fuochi, ma al contrario. 50 sfumature di grigio, se a “50” si sostituisce il simbolo dell’infinito e a “grigio” un termine che incorpori buio e ghiaccio e visioni che assordano e lasciarsi possedere dal ritmo, tutto insieme, in dosi da stordire Albert Hofmann. Nessun libro a fare da gancio, la colonna sonora in ogni caso è migliore qui.

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roBOt Festival ospite a Mannheim

B-seite e roBOt Festival, partner nel network internazionale AV Node, presentano al Altefeuerwache di Mannheim tre performance audio video. Di prima qualità: SPIRE feat. Carlotta Piccinini, Godblesscomputers + Piier e gli Δfter Crash (accompagnati dal live video di Enrico Galli). Direttamente da Bologna.

Equinozio di primavera: nella serata di sabato 21 marzo il B-seite, in collaborazione con roBOt Festival, proporrà al proprio pubblico un evento completamente dedicato alla creatività made in Bologna, in cui musica dal vivo e video andranno a formare, fondendosi, una miscela unica di suoni e immagini  – caratteristica tipica delle produzioni “nostrane” – per rapire i partecipanti in un viaggio mozzafiato nelle miriadi di possibili contaminazioni fra i due generi artistici.

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GHOSTPOET

Il terzo capitolo di roBOt Paths porta in Italia Ghostpoet in data unica e racconta la sinergia con Dancity Festival: rette parallele che arrivano a incrociarsi, questione di affinità elettive.
Per chi ancora non, Ghostpoet for dummies.

Il “poet” nella ragione sociale ha creato non pochi fraintendimenti: in realtà a Obaro Ejimiwe – trentadue anni, londinese, una vaga somiglianza con Spike Lee – di poesia e annessi & connessi interessa poco (o meglio, mai si è posto il problema). Nessun dubbio invece sul “ghost”, riflesso e proiezione della natura sostanzialmente ectoplasmatica della sua musica: il riscontro è immediato, bastano un paio di orecchie funzionanti. Atmosfere fumose, sfaldate, da jazz club periferico popolato da strani soggetti, ognuno perso nel suo trip; la visione d’insieme il ritratto di una stasi innaturale, come nei quadri di Hopper. Sopra un tappeto sonoro in costante evoluzione e continuo mutamento, panorama psichico che trascende qualsiasi genere e può solo dirsi notturno, si staglia un flow opaco, torbido, ipnotico, che restituisce moltiplicato alla N il senso dei termini Ghost e Poet saldati insieme.

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ROBOT BLOG – IL COSA, IL COME, IL PERCHÉ

In parallelo al lancio della terza fase di roBOt Paths (qui per ora gli estremi: 18 aprile, TPO, Ghostpoet in data unica), parte il blog di roBOt. Non soltanto un’ulteriore emanazione da affiancare agli altri canali promozionali interconnessi alla faccenda, non soltanto un contenitore di informazioni legate al festival e a tutto quello che al festival sta dietro, non soltanto un modo per restare sul pezzo e mantenere viva la bestia anche nei momenti di fisiologica stasi, non soltanto uno strumento per chi volesse sapere di più su chi al roBOt è passato o passerà. Tutto questo e molto altro ancora (come si dice in altri contesti, spesso in pilota automatico, per far salire le aspettative, spesso malriposte).

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