BLACK BOX

Nel secondo dopoguerra iniziò ad affiorare da varie direzioni il moderno pensiero cibernetico, che guidato da personalità come Norbert Wiener e John Von Neumann intendeva esplorare la possibilità di una nuova scienza capace di ibridare lo studio delle scienze sociali e biologiche con i metodi del calcolo e delle scienze matematiche. Furono così studiati e approfonditi concetti come feedback, approccio sistemico, e auto-organizzazione, ponendo la basi per l’era successiva che avrebbe visto nascere i primi modelli di intelligenza artificiale con il percettrone e le reti neurali.

La cibernetica iniziò a considerare il mondo come un aggregato di sistemi, che potevano essere approssimati con scatole nere in cui dati entravano come input e uscivano come output. Non era importante cosa succedesse dentro la scatola: l’importante era il flusso di dati, e la connessione con gli altri sistemi.

Questo tipo di semplificazione ha portato a giganteschi progressi tecnologici, ma con la perdita, inesorabile, di una comprensibilità dei processi. Seguendo ciecamente questa strada, il progresso scientifico rischia così di portare con sé un’oscurità del processo, fatto di scatole imperscrutabili nei loro meccanismi interni. In questa nuova era oscura tutto diventa opaco: algoritmi, scienza, tecnologia, finanza sono processi impersonali e incomprensibili per definizione, azionati e guidati da intelligenze non umane, che viaggiano a velocità, frequenze e secondo schemi con i quali non riusciamo più ad interfacciarci.

Con il diffondersi delle tecnologie digitali a livello profondamente pervasivo nelle nostre vite e nella gestione delle nostre relazioni, la datificazione ha portato questa oscurità anche nella nostra quotidianità. Nuovi amicizie vengono suggerite da incomprensibili algoritmi proprietari formulati da sciamani del codice nel cuore della California, i quotidiani e i notiziari vengono sostituiti da servizi che ci scrollano davanti agli occhi, in autobus, a letto o a tavola, un flusso eterogeneo caotico e infinito di notizie miste a spazzatura informazionale. E anche i modi di creazione e fruizione dei prodotti culturali vengono alterati profondamente dall’economia delle piattaforme: ascoltiamo musica e vediamo film che ci viene consigliati algoritmicamente, sulla base dei nostri ascolti e visioni passate, ma anche del “DNA musicale o visivo” di ciò che le piattaforme sanno di noi: ogni click, ogni play, ogni like è un interruttore che sposta pesi in algoritmi che ci pensano continuamente.

Il futuro in cui intelligenze artificiali saranno capaci di migliorare le nostre tracce caricate su un cloud, o mescolarle insieme alla gigantesca mole di dati online per generare nuovi brani è sempre più vicino. Musica artificiale creata sul commons della musica umana, trasformatasi in puro pascolo informazionale. 

I nostri dispositivi costituiscono ormai un’estensione della nostra memoria connessa con uno spazio virtuale troppo grande da saper gestire. La Rete è sempre più un iperoggetto troppo grande da decifrare, e l’utilizzo di processi automatizzati finisce per portare spesso il livello di complessità al di sopra delle capacità degli stessi creatori.

Come affacciarsi a un mondo che cambia così rapidamente, modificando ogni pochi mesi le forme di creazione e fruizione dell’informazione, e a cascata trasformando i processi economici, le strutture delle filiere di produzione culturale? Aprire le scatole nere della complessità è una necessità sempre più stringente, per non annegare nel caos, ma riuscire a conviverci.

Daniele Gambetta e Andrea Zanni