Manifesto

 

C’è stato un tempo nel quale nella Sarajevo assediata, un gruppo di ‘traveller’ britannici riuscirono a rompere l’isolamento della città e entrarono sotto il tiro dei cecchini, per realizzare un indimenticabile dance party di Capodanno. C’è stato un tempo nel quale decine di migliaia di ragazzi sono scesi per la strada a Berlino per ballare urlando forte il loro disprezzo per ogni forma di razzismo. Due tempi lontani tra loro, i primi anni 90 della guerra civile nella ex Jugoslavia e l’oggi, in piena emergenza umanitaria. Perché se esiste un rapporto tra la parola ‘discoteca’ e la parola ‘cultura’ è in occasioni come queste che il legame appare fortissimo, inestricabile.
Questo ha naturalmente a che fare con quella espressione che sembra ormai appartenere alla storicizzazione della pista da ballo, ‘club culture’, che oggi, in tempi di fruizione ‘liquida’ di ogni forma di realtà sociale, appare destinata alla stanze chiuse degli studi sociologici.
Invece. Invece come sempre accade con le subculture, c’è una energia che arriva ‘dal basso’ (altra espressione apparentemente desueta con la quale dobbiamo ricominciare a fare i conti) e che investe le piccole comunità. Un desiderio sotterraneo, distante anni luce dall’identificazione tra dj e pop star, che riporta la centralità dell’attenzione lì dove tutto è iniziato, sulla musica, su quell’incontro scontro di universi che caratterizza da sempre il dj style. Un ritorno alle origini che non ha un sapore nostalgico, polveroso, perché appartiene a una generazione che quando si guarda indietro non lo fa con rabbia, ma con amore. Questa generazione vuole celebrare ROBOT 2018.

Pierfrancesco Pacoda